Un fumetto per ricordare: Maus, A Survivor’s Tale

Fermati un attimo, per favore, e guardati intorno.

Non so dove ti trovi in questo momento, ma posso provare a indovinarlo: a casa, sdraiato su una poltrona per leggere questo articolo dal tuo smartphone. O su un tram, diretto chissà dove.

Forse sei un po’ nervoso per il traffico, oppure hai avuto una settimana difficile.
Capita a tutti. È normale.

Certo, ci sono stati momenti della nostra storia in cui nulla di tutto questo era normale. Periodi in cui si combatteva la Guerra, quella con la G maiuscola, quella in cui l’essere umano si è davvero impegnato a mostrare il peggio di sé.

Leggi razziali. Deportazione. Il campo di sterminio di Auschwitz (tra i tanti, troppi).

È di questo che parla Maus, A Survivor’s Tale, la celebre graphic novel di Art Spiegelman di cui oggi vorrei parlarti.

Il nazismo visto da un topo

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da Maus

Maus è la storia vera del padre dell’autore, Vladek Spiegelman. Ebreo di origini polacche, Vladek è testimone dell’ascesa del partito nazista e delle persecuzioni razziali.

Fin da subito, colpisce la scelta del fumettista di rappresentare i personaggi con le fattezze di animali: gli ebrei sono topi, i tedeschi gatti e i polacchi maiali.

Questa scelta ha fatto discutere, tanto che c’è chi ha accusato Spiegelman di avere mancato di rispetto alle vittime dell’Olocausto, o addirittura di avere rafforzato il pensiero razzista dell’epoca.

Accuse che trovo infondate: il gatto gioca con il topo prima di ucciderlo ed è esattamente questo che hanno fatto i nazisti con intere popolazioni. I soprusi subiti dagli ebrei, e non solo, non hanno mai avuto alcuna giustificazione.
Mostrarci le vittime del nazismo come innocenti topi tra le grinfie di gatti che portano la svastica mi pare un modo assai efficace per comunicarlo.

Sopravvivere a un sopravvissuto

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da Maus

Una peculiarità di Maus è lo spazio che l’autore dedica al proprio legame con il padre, tanto da diventare una seconda colonna portante della narrazione e non meno importante di quella sull’Olocausto.

Infatti, la storia intreccia le vicissitudini del passato di Vladek con i momenti in cui l’autore fa visita al padre per chiedergli delle sue esperienze.

Una convivenza difficile, perché tra i due c’è un rapporto molto conflittuale: Vladek è esigente con il figlio, il quale invece è afflitto da un senso di inadeguatezza nei confronti del padre che è riuscito a sopravvivere all’Olocausto.

È un tema che non ho mai visto affrontato prima e Art Spiegelman lo fa senza risparmiarsi, rendendo Maus un’opera catartica.

Ad Memoriam

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da Maus

In una scena particolarmente significativa, il padre di Art rimprovera la nuora per avere dato un passaggio a un ragazzo di colore, sostenendo che i neri siano tutti ladri e non ci si possa fidare di loro.
Lei va su tutte le furie davanti a questa affermazione razzista, chiedendogli come sia possibile che proprio lui, un sopravvissuto di Auschwitz, possa pensare una cosa del genere.

Già, com’è possibile?
Vladek non è un superstite come gli altri, l’autore non manca di ripetercelo, ma dovrebbe sapere fin troppo bene quanto male possa causare il razzismo.

Invece, Vladek non lo sa. Ha visto le svastiche, i nazisti e i campi di concentramento, e ha imparato ad avere paura di tutto questo.
Ma non ha imparato che il razzismo può assumere forme molto diverse, pur rimanendo uguale nel suo significato.

Credo che questa sia la lezione più importante che Maus possa trasmetterci per la Giornata della Memoria.

Noi non siamo diversi da Vladek. Ci indigniamo (giustamente) davanti a chi rievoca con nostalgia il nazifascismo, ma non ci accorgiamo dei tanti episodi di razzismo che sono stati l’anticamera di quelle dittature.

Maus vuole ricordarci che anche se il camino di Auschwitz è spento, al mondo ci sono ancora muri e barriere di filo spinato. Ci sono ancora uomini pronti a ucciderne altri per la sola, insensata ragione dell’odio.

E ci saranno sempre, se non impareremo che “gatti” e “topi” sono solo maschere che chiunque può ritrovarsi a indossare anche oggi.
Perfino noi.

Qual è il tuo punto di vista?