Mr. Tannus: intervista a Gaetano Lamberti

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Lo scorso giugno, in un Recensendo, ti ho parlato delle Janare, il romanzo di esordio di Gaetano Lamberti.
Un paio di settimane fa, l’ho intervistato e abbiamo parlato di libri, di social network e di editoria.

Gaetano è un book blogger – anche se odia essere definito così – originario della provincia di Salerno, che da una decina d’anni vive a Roma.
Laureato in Giurisprudenza e con un master in Criminologia, come Long Litt Woon, l’autrice della Via del bosco, è un amante della lettura e della natura.

Quando è nato il tuo amore per i libri, sia in qualità di lettore che di scrittore?

Nella mia famiglia non ci sono lettori; nessuno ha mai letto e nessuno è stato mai un amante dello studio.

Il mio amore per i libri è nato in una cartolibreria del mio paese [Nocera Superiore N.d.R.], avevo otto anni: c’era un espositore girevole con dei tascabili e vidi un libro con un maialino in copertina.
Mia madre mi chiese se lo volessi, dicendomi: «Se te lo compro, però, lo devi leggere».
Credendo di non leggerlo, le risposi che non lo volevo. Tornando alla macchia, parlavo tra me e me e mi ripetevo: «Magari quel libro era bello». Mamma, sentendomi, tornò indietro a comprarlo.
Lo lessi come fosse la cosa più preziosa al mondo. Non eravamo molto facoltosi, e questo mi spinse a leggerlo per farla felice.
Quel libro era La fattoria degli animali di Orwell.

Da quel libro ho iniziato a leggerne molti altri. 
La mia evoluzione da lettore a scrittore è stata naturale; cercavo di capire chi fossero questi scrittori.

E così sono arrivato a dire: «Mi piacerebbe poter scrivere uno di questi libri».

Lo scorso giugno, ho pubblicato una recensione del tuo romanzo d’esordio, Le janare. Qual è il motivo che ti ha spinto a scrivere un romanzo che scava a fondo in quella che, forse, è la tradizione folkloristica più conosciuta del Sud d’Italia? 

In realtà non volevo scrivere delle janare, nella mia testa avevo una trama completamente diversa. Però, quando ho finito il primo capitolo, ho capito che quella storia avrebbe potuto parlarne.

La storia che avevo in mente era pur sempre una saga famigliare, ma senza questo elemento folkloristico e gotico.
Il primo capitolo che scrissi, che non è presente nel romanzo, parlava della nonna e del nipote che preparavano assieme una ricetta, la quale, che prevedeva dell’alcol da bruciare, era magica. E così mi sono venute in mente le janare, collegandole alla ricetta e alla figura di mia nonna.

Quindi ho deciso di inserire questo elemento per raccontare l’oscurità di una famiglia.
In una famiglia, le colpe e le disgrazie, solitamente, si cercano al di fuori della stessa. E la figura della janara, in questo senso, era perfetta: incolpare un’entità esterna per il male intrinseco nella famiglia e nei suoi membri.

Nel romanzo, fin dalle prime pagine, è evidente il tuo interesse per la letteratura horror e gotica, tanto che ho notato dei riferimenti a Edgard Allan Poe e a Shirley Jackson. Ti sei ispirato ad alcun* maestr* del genere nella stesura delle Janare?

Il mio interesse per la letteratura gotica mi ha spinto a rifarmi a opere appartenenti a quel genere, ma il tutto è stato naturale.
Avendo un background di letture gotiche, credo di avere una maggiore facilità nel ricreare quell’atmosfera.

Nella creazione della casa, ad esempio, mi sono ispirato all’Incubo di Hill House di Shirley Jackson. 
È stato un omaggio voluto: nella casa del romanzo della Jackson avvengono fenomeni paranormali, nella mia, invece, entra una strega durante la notte.

Il tuo percorso di studi ha influito sul processo di scrittura delle Janare?

La tesi del master era sulla vittimologia, ovvero la disciplina che studia le reazioni di una persona, quindi di una vittima, nel momento in cui subisce un reato. 
Quindi sì, ho utilizzato le mie conoscenze in criminologia per rendere più credibili le reazioni dei protagonisti.

Le janare contiene anche un elemento biografico. Quanto è stato difficile riuscire a separare la tua esperienza di vita dalla finzione del romanzo?

Ho scritto questo romanzo per avere la possibilità di scrivere il mio vero primo romanzo.
Ora ti spiego [ride N.d.R.].

Avevo un po’ di cose che non riuscivo a tirar fuori, ma sapevo che se non l’avessi fatto, non avrei più potuto far nulla a riguardo. Avevo bisogno di metabolizzarle, accettarle e provare a dare loro una spiegazione, anche illogica, per potermene liberare.
Solo con Le janare ho potuto fare questo.

La mia è stata un’emancipazione; l’emancipazione di Gaetano.

Oltre a essere uno scrittore, sei anche un book blogger e book influencer. Cosa ti ha spinto a iniziare a parlare di libri sia sul web che su Instagram?

Io non mi considero né book blogger né book influencer.

Ho iniziato a utilizzare Instagram cinque o sei anni fa per pubblicare foto di paesaggi e di viaggio; era una pagina semplice.
Un giorno mi sono imbattuto nel post di un libro; ho voluto quindi postare la foto del libro che stavo leggendo, buttato sul letto, a caso, senza nessuna “apparecchiatura”, con una frase che mi era piaciuta. Alcune persone l’hanno commentata e, cercando diversi hashtag, ho scoperto dell’esistenza di varie pagine che parlavano di libri.
Da quel momento ho deciso di pubblicare una foto di un libro ogni settimana. È iniziato tutto così, senza nessuna smania di voler arrivare a qualcosa o di influenzare qualcuno.

Ancora adesso continuo ad alternare un post di un libro e un post di una foto “generica”.

Quel primo post risale all’ottobre di quattro anni fa, mentre lo scorso anno ho aperto il blog.
Instagram è limitante, mette a disposizione solo 2.200 caratteri, ma per alcuni libri sentivo di dover dire qualcosa in più.

Negli ultimi mesi, i book blogger sono stati duramente attaccati da alcuni giornalisti e accusati di scattare foto solo per acchiappare like e di rubare il lavoro ai librari, demonizzando il valore del libro, ritenuto da molti ancora come un oggetto sacro. Qual è la tua posizione in merito a questa diatriba?

Capisco il punto di vista dei giornalisti. Le case editrici si affidavano a loro per fare pubblicità, soprattutto quando non esistevano quei mezzi, come Facebook, Instagram e YouTube, oggi così diffusi.
Il giornalista si è visto un po’ messo da parte perché, adesso, le case editrici non solo hanno ridotto la pubblicità, ma preferiscono mandare le copie dei loro libri agli influencer, i quali assicurano un aumento delle vendite.
Il giornalista ha ragione: quello è il suo mestiere e ha una capacità critica formata, a differenza dei blogger o degli influencer che, spesso, sono dei semplici lettori e parlano dei libri in maniera più pop.

Mi trovo nel mezzo: difendo anche la categoria dei giornalisti quando le critiche che muovono non sono fatte per distruggere l’altra categoria.

Io, per esempio, non scrivo critiche, ma do il mio parere da lettore; e mi sono imposto di fare post solo dei libri che ho letto e solo se quei libri mi hanno dato modo di riflettere o mi hanno lasciato qualcosa.

Personalmente, non difendo tutta la categoria dei book influencer e dei book blogger. Come in ogni settore, c’è sempre la pecora nera. Parlo dei profili che postano foto di libri come se il loro spazio fosse una vetrina, inserendo come didascalia la trama copiata dalla quarta di copertina o riportando solo una frase del libro, annullando quindi ogni emotività.

Quale consiglio daresti a chi, come te, vorrebbe aprire un proprio canale in cui parlare di libri? E a chi vorrebbe scrivere il proprio romanzo d’esordio?

A chi vuole aprire un canale, consiglio di essere se stessi, parlare dei libri che davvero piacciono e non seguire le mode, perché si rischia di diventare figure effimere.
Ad esempio, nell’ultimo periodo è diventato di moda parlare del femminismo, ma il femminismo è un movimento così importante che è difficile parlarne sui social, e soprattutto è pericoloso farlo diventare una moda. Nel mucchio si trovano pochi profili che ci riescono veramente, perché lo sentono proprio e hanno un background di letture che permette loro di discuterne in maniera sensata. 

Ma questo vale per qualsiasi campo e io sono sempre per lo “scegliere con cura le parole da non usare”.

A chi vuole scrivere un libro, consiglio di scriverlo perché piace scrivere e non con il fine ultimo di avere successo e creare un bestseller; inoltre, bisogna sapere essere umili nell’accettare i giudizi altrui. 
A livello pratico, consiglio di far valutare il proprio manoscritto da un agente letterario, per avere un tramite con le case editrici e riuscire a pubblicare con una casa editrice che non voglia lucrare.

Ultima domanda di rito. Quali sono i libri del tuo cuore?

I miei libri del cuore sono due.

Il primo è Harry Potter e l’Ordine della Fenice. Da adolescente, nell’arco di tre anni, l’ho letto otto volte. Era un periodo terribile, ma quel libro mi ha aiutato a evadere e a evitare scelte che avrebbero potuto rovinarmi: mentre lo leggevo mi scordavo dalla realtà, ero in un altro mondo. 
Ho una saetta tatuata in onore di quel libro e di quello che ha significato per me.

Il secondo è Walden ovvero Vita nei boschi di Henry David Thoreau. Ha avuto quasi la stessa funzione di Harry Potter: in questo caso però mi ha aiutato ad affrontare la realtà nella maniera giusta, e non a dimenticarmene.

Infine, tra i vari libri che amo ci sono Moby Dick di Herman Melville, I miserabili di Victor Hugo, Dracula di Bram Stoker e Nel bosco di Thomas Hardy.

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