La moglie del cacciatore di perle : pro e contro

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Un consiglio spassionato da Quattrocchi: sempre fidarsi dei libri presi nelle rivendite dell’usato, perché riservano un sacco di sorprese. In questo caso, va ringraziato anche il mio istinto che mi ha suggerito di andare oltre l’abstract di La Moglie del Cacciatore di Perle e leggere le prime pagine, che hanno catturato subito la mia attenzione per lo stile scorrevole con cui erano espressi i pensieri della protagonista. Tutto quanto ho trovato in seguito, però, è stata una sorpresa!

Nell’ultimo articolo l’avevo preannunciato, oggi mantengo la promessa: ecco la mia recensione.

L’impero delle perle: antropologia nella narrazione

perle

La prima cosa che mi ha colpito di questo romanzo è stata l’ambientazione, uno scenario che non conoscevo affatto e mi ha intrigato: l’Australia, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, nell’ambito dell’industria della raccolta e del commercio delle perle e della madreperla. La narrazione è strettamente legata ai dettagli tecnici delle immersioni dei palombari, della composizione dell’equipaggio di un trabaccolo da raccolta, del funzionamento dell’economia delle perle che sembra reggere le sorti di Buccaneer Bay da sola.

Molto interessante è vedere il rapporto tra la minoranza bianca occidentale, la quale, nonostante in proporzione sia infinitesimale, detiene il potere politico ed economico, e le altre popolazioni. C’è una forte percentuale asiatica di giapponesi, filippini, giavanesi, etc…, come Daike il raccoglitore di perle o Duc il tuttofare della casa della protagonista. Accanto a questi, i nativi e gli aborigeni, come Marjorie, la cameriera cresciuta presso una missione cattolica, o Charlie, giardiniere per i bianchi, sciamano per la sua popolazione.

I bianchi si definiscono “inglesi” anche se non hanno mai visto l’Europa in vita loro e cercano di imitare goffamente ciò che giunge loro della moda d’oltreoceano, magari riferendosi a modelli londinesi datati o esagerando in sfarzo e pomposità, come il sindaco Blair che inserisce parole in francese all’interno dei discorsi solo per darsi un tono. I nativi parlano pidgin (nella traduzione italiana reso con i verbi all’infinito e la mancanza degli articoli) ovvero un linguaggio nato dalla commistione fra inglese e locale. Come la lingua, anche le usanze autoctone devono piegarsi all’influenza occidentale e il tema del razzismo pervade tutta la trama.

La crescita personale della protagonista

Maisie Sinclair

Non sarebbe un vero e proprio romanzo di sentimenti se non venisse affrontato il cambiamento e la maturazione della protagonista, Maisie Sinclair. In questo caso, però, non bisogna aspettarsi una presa di coscienza lineare e positiva, un’ascesa coraggiosa verso la propria indipendenza. Maisie, da questo punto di vista, è molto realistica nei suoi alti e bassi.

Passa diverse giornate nell’indolenza di un ambiente nuovo in cui non sa inserirsi, scoraggiata dal caldo torrido e umido del clima. Si prende le sue piccole rivincite sottraendo di nascosto sigarette a suo marito o frugando nelle sue carte, quel genere di ripicca che tutti noi abbiamo cercato almeno una volta nella vita. Ha nostalgia di una casa e una famiglia in cui non aveva rapporti umani con i suoi genitori, ma dai quali vorrebbe avere notizie. Contemporaneamente, riesce a fare nuove amicizie, ad imporre la propria volontà sul marito o a piegare la situazione in modo che sia a suo favore, insomma, semplicemente vive.

William Cooper ti piace vincere facile?

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Da una parte Maitland Sinclair: un marito brutto, arrogante e violento, che trascura e maltratta la moglie ad ogni occasione, imposto con un matrimonio combinato improvviso, in un paese lontano e inospitale. Dall’altra William Cooper: un giovane e aitante palombaro esperto di immersioni dallo sguardo selvaggio, ex marines, coraggioso e amante delle sfide, schietto e tutto d’un pezzo, ma anche a tratti umile e premuroso, che ha occhi solo per Maisie. Forse l’unico aspetto che mi ha poco convinto del romanzo è proprio la parte sentimentale un po’ ovvia un po’ piatta.

Non che io stessa non abbia subito il fascino di “Coop”… Ma per forza!

Su uno sfondo così carico di descrizioni colorate fra paesaggio e personaggi, avrei preferito vedere una storia d’amore più articolata, con maggiori sfumature rispetto al canonico bello-e-buono contro brutto-e-cattivo, dato che ho sempre sostenuto che i personaggi migliori sono quelli più variegati. E se, come ho detto, Maisie non fa eccezione, come anche Dorothea Montague (la frivola rampolla del sindaco che sembra solo bella e stupida finché non ci si rende conto di quanto sia sola) o il medico giapponese, il Dr. Shin, che compare sempre a metà fra il mondo “bianco” ricco e quello povero del resto della popolazione, perché non espandere maggiormente anche i due principali personaggi maschili?

Alla luce di tutto ciò, a La Moglie del Cacciatore di Perle assegno tre “Quattrocchini” su cinque e due faccine riflessive, perché, sotto tanti punti di vista, mi ha dato da pensare…

La Moglie del Cacciatore di Perle
Roxane Dhand
Ed. Piemme, Luglio 2019
400 pagine
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