Dietro l’obiettivo: cosa nascondono le fotografie?

Tempo di lettura 7 minuti

Ehilà, Quattrocchi!
Ti ricordi dell’articolo di Federico dedicato alla fotografia?

Ecco bene, a me questi articoli piacciono molto, perché mostrano il punto di vista di chi si impegna ogni giorno per approfondire un hobby o una passione.
In più l’arte fotografica mi ha sempre affascinata molto, quindi sentivo la necessità di conoscere di più l’argomento. Da qui l’intervista di oggi, dove con Federico vado a scoprire cosa si nasconde dietro l’obiettivo.

Una delle attività che ci accomuna un po’ tutti è proprio lo scorrere le foto su Instagram e il lanciare cuori. Alcune volte lo facciamo con distrazione, quasi per abitudine (due clic, per un cuore, scorri, due clic per un cuore), altre veniamo catturati dal contenuto e in quei momenti mi perdo nelle fotografie, cercando di capire come si è arrivati a quella composizione. E soprattutto mi domando se potrò mai riuscirci anche io.
Quindi se anche tu sei sulla mia stessa barca, continua a leggere 👇📸

Partiamo con un paio di domande di riscaldamento: quando hai iniziato a fotografare? Come ti sei avvicinato a quest’arte?

Ho iniziato ad avvicinarci seriamente alla fotografia dal 2012 quando prima di partire per Pechino ho comprato la mia reflex – che in realtà è la stessa che uso ancora adesso – una Nikon D3100, perché all’epoca avevo un Nokia con una fotocamera da forse 2 megapixel e senza wi-fi.

Mi sono avvicinato un po’ per caso, il motivo era soprattutto legato al viaggio in Cina e al fatto che volevo delle belle foto, anche se non sono uno che si stampa le foto o passa ora a guardare quelle salvate sull’hard disk. Pensa che fino al 2018 l’ho usata veramente poco e sempre in modalità automatica!
Poi ho conosciuto Valentina Solfrini che mi ha praticamente obbligato a passare alla modalità manuale.

Ora che mi dici questo non solo mi sento meno in colpa per averti obbligato a fare l’intervista, sento anche di avere una speranza! Perché anche io scatto foto senza impostare la macchina fotografica. Questo mi fa pensare a un percorso di crescita. Ti ricordi qual è stato il tuo primo scatto? E quale invece il primo scatto professionale?

La prima foto che ho scattato? Sinceramente non lo so, forse la prima scattata a Pechino, al Palazzo d’Estate.

Per quello che invece riguarda lo scatto professionale, visti i mezzi che ho a disposizione – la famosa Nikon oramai superata e un obiettivo da 35mm – e per le poche conoscenze che ho, non credo di fare foto professionali e nemmeno aspiro a farle.
Per questo è necessario uno studio in cui al momento non ho il tempo e la voglia di immergermi.

Diciamo che mi limito a fare delle foto più belle di quelle che solitamente si fanno con il telefono, e che nella maggior parte dei casi vengono scattate un po’ a caso, come capita. Tra quelle di cui vado più fiero c’è la foto che ho scattato a un brownies ricoperto di caramello salato e meringa.
Quando la vedo mi viene ancora l’acquolina in bocca!

Ok, ora ho fame e mi sento di avere perso nuovamente la speranza. Davvero quelle che scatti non sono foto professionali? Per me sono qualcosa di unico, degne di essere esposte tanto sono belle! Comunque, visto che ci siamo: si possono scattare foto professionali con lo smartphone?

La maggior parte delle persone crede che sia possibile scattare foto professionali con lo smartphone, ma non è così.
È vero che i telefoni di oggi fanno delle buone foto, ma non hanno ancora raggiunto il livello di una macchina, perché molti parametri sul telefono non possono essere modificati a proprio piacimento. O almeno non sul mio iPhone8!

Va bene, posso farmene una ragione. È un po’ come quando si parla di scrittura professionale e le persone sono convinte non ci siano studi e mezzi alle spalle.
Una delle cose che per crescere come scrittori, sia che si tratti di testi digitali sia cartacei, è il fare riferimento a persone del mestiere.
Tu quali fotografi segui? Quali ti emozionano di più? Ti sei ispirato a qualcuno di loro durante il tuo percorso formativo?

Ormai lo sanno anche i muri, ma la mia più grande fonte di ispirazioni è Valentina Solfrini.
Di lei amo tipo tutto: dallo stile pittorico, che riesce a creare in fase di editing, al fatto che è sempre disponibile per un consiglio o un aiuto. Per non parlare della sua creatività, che trovo geniale.
Infatti cerco sempre di rubarle qualche segreto 😝

Per quanto riguarda la ritrattistica, invece, adoro gli autoritratti di Luo Yang, Yan Yufeng, Paolo Reali e Emanuele Mariotti, di cui invidio la foto tra i pini innevati. Vorrei averla fatta io!

Poi c’è la lista di food photographer o comunque di still life, che è quasi infinita.
Tra i miei preferiti ci sono: 菓子屋ここのつ (Kashiya Kokonotsu), che a quanto pare è uno store di dolci giapponese, Our Food Stories, OKONOMI e Lena Rong.

Concludo con i profili di foto paesaggi per cui impazzisco: Filippo Cesarini, Hisa Foto, Christian Trustrup e Erika Hobart.

Tutti profili che mi andrò a sbirciare, soprattutto quelli su cibo e paesaggi 😍
Ma arriviamo al momento della verità, l’unico strumento che so usare se penso alla fotografia: Photoshop, quanto incide sul risultato finale? Ci sono foto che possono risultare di qualità anche senza editing?

Ovviamente la qualità della foto non dipende in prima istanza dall’uso o meno di Photoshop, ma dalle caratteristiche della macchina e soprattutto dell’obiettivo e dalle capacità del fotografo.
Allo stesso tempo, penso che una foto non editata sia come un romanzo che non passa tra le mani di un editor e di un correttore di bozze.
La base può essere buona, ma le sue potenzialità non sono sviluppate appieno.

A volte basta solo modificare leggermente un solo parametro per ottenere un risultato migliore, senza sconvolgere completamente quello che è lo scatto originale.
Ad esempio, a ottobre avevo fatto una bella (almeno per me) foto al luna park di Brighton sul mare, ma c’era un cartello che mi dava fastidio e non avrei mai pubblicato la foto senza prima averlo eliminato.

A volte mi capita di vedere profili con foto bellissime, che catturano il mio sguardo, però poi scorrendole noto che si assomigliano tutte. Il lavoro realizzato è sempre molto bello, però anche ripetitivo, come se si trattasse di una comfort zone da cui è difficile uscire. Qual è la tua? Riesci a uscirne? Se sì, come? 

La mia comfort zone è ben chiara, basta scorrere il mio profilo su Instagram.
Anche se più che comfort zone, quelli sono i soggetti che mi piace fotografare e credo mi dedicherò sempre a quelli cercando di migliorarmi.

Credo che per avvicinarsi a qualcosa di nuovo bisogna innanzitutto capire cosa fanno gli altri in quel campo specifico, per cogliere ciò che più si avvicina al proprio stile e assimilarlo.
Per esempio ultimamente mi sto interessando ai ritratti, quindi ho iniziato a seguire vari fotografi che si dedicano a questi, compresi i nudi.
Molti li fanno in ambienti esterni, con una forte presenza di elementi naturali, ma questo aspetto lo sento lontano da me. Preferisco un luogo chiuso, con cui il soggetto possa entrare in intimità, in sintonia, e che mi permetta di godere di una luce più dolce.

Quindi quando torneremo a muoverci liberamente credo che proverò a sperimentare in questo campo, sempre se trovo qualcun* che voglia posare 🤣

Sì, capisco la difficoltà! Quando si associano fotografia e corpo a me viene da pensare che spesso noto soprattutto i miei difetti. E a proposito di “difetti” e cose che non ti convincono nelle foto: ti è mai capitato di eliminare sfumature o di evitare certe tipologie di scatto?

Sfumature che ho eliminato? Sì.
Se possibile preferisco scattare di mattina, quando la luce preserva ancora un tono più freddo. La famosa golden hour per cui tutti impazziscono non fa per me: troppo calda.

Un altro elemento che ho eliminato sono le foto orizzontali, l’ultima credo di averla scattata a Edimburgo, a Portobello Beach, a luglio 2018.
Il motivo non me lo so spiegare, ma questa mia repulsione è dovuta all’impatto maggiore che le foto verticali hanno su quelle orizzontali, almeno su Instagram.

Inoltre pensando alle foto di cibo, una foto pensata orizzontalmente richiede un maggior numero di elementi per essere riempita, al contrario di una verticale in cui lo sfondo può rimanere vuoto e basta un solo soggetto con pochissimi altri elementi in primo piano.

Ecco, siamo arrivati alla parte che più mi intriga delle foto: la preparazione del set, il luogo in cui accade la magia e di cui poi godo i risultati scorrendo Instagram. Tu dove scatti? Hai un luogo del cuore? Cosa fai per arricchirlo e renderlo perfetto per il tuo scatto?

La maggior parte delle foto che scatto a casa, anzi tutte quelle dei piatti che cucino, le scatto in un vecchio stanzino in cui mio nonno metteva a seccare i salami.
Il muro scrostato, la vecchia sedia su ci si sedeva quando doveva tenere vivo il fuoco e un vecchio sacco di iuta sono gli elementi che appaiono con maggior frequenza nei miei set.
Oltre a questi vi sono anche piatti che ho “rubato” a mia nonna, visto che lei non butta via niente ma al contempo usa sempre quelle tre stoviglie. Poi c’è la posateria regalatami o comprata in vari mercatini, soprattutto all’estero: ho dei cucchiai danesi, scozzesi e inglesi, sia in argento sia in legno.

Quando preparo il set penso al piatto che voglio scattare: se è una torta intera mi bastano un piatto, magari in legno, e una paletta per dolci. E se uso un ingrediente specifico cerco di inserirlo nella foto.
E se magari fotografo dei biscotti, metto una pinza e un tovagliolo per riempire un po’ la scena.

Oltre a sistemare il set in base a ciò che vuoi scattare, quando realizzi una foto ti poni degli obiettivi? Per esempio provocare una determinata emozione in chi guarda. 

Per il tipo di foto che faccio io, sinceramente, non mi pongo nessun obiettivo.
Cerco di fare una foto che mi soddisfi sul momento e che nel tempo non mi possa stancare.

Quello che cerco di ricreare è il modo in cui vorrei che il mondo reale apparisse: con ombre invadenti e luci più attenuate, con tonalità cupe in cui prevalgono i blu, i verdi scuri, i marroni, i grigi e tutti quei colori che rimandano a un elemento naturale. Anche se i miei colori preferito sono il rosa pastello e il giallo scuro!
Oppure con una sorta di malinconia di fondo.

Il tutto, poi, deve essere disposto in maniera simmetrica: non mi piace scattare foto che sembrano dei momenti rubati, per quanto mi piacciano quelle fatte da molti artisti. La mia mania di controllo mi porta a ragionare per composizioni geometriche e il più regolari possibile.

In generale, trovo che il tipo di foto che faccio non trasmetta delle grandi emozioni, forse per il fatto che dietro non c’è una storia.
Io scatto perché mi diverte, come nel caso delle foto di cibo, o perché voglio fermare un particolare che mi ha colpito, magari quando sono in viaggio.

Una torta è bella da vedere, ma oltre a farmi venire l’acquolina in bocca non succede nulla. Una foto scattata in una serra può catturare per i colori e la plasticità di una foglia, ma una foglia non emoziona.
Quindi chiedo io a te: cosa provi vedendo una mia foto?

Provo acquolina per il brownies, sento l’intimità creata dagli spazi chiusi.
A volte se li guardo con addosso un po’ di tristezza, allora vedo gli aspetti più cupi. Altrimenti ci vedo delicatezza, la luminosità che affiora dal buio.
Adoro guardare gli scatti che mi ricordano dipinti a olio, quasi reinterpretassi Caravaggio.
Quindi mi sa che nei tuoi scatti rivedo alcune delle tue emozioni, oltre alle mie.
E voi Quattrocchi?
cosa vedete negli scatti di Federico?
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