“Jane”: Charlotte Brontë incontra Bruce Wayne

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Quando ho letto che avevano scelto di riadattare Jane Eyre, ambientandolo ai giorni nostri, ho provato un misto di entusiasmo e paura. Del genere: devo assolutamente leggerlo ma deve assolutamente essere bello. Ho persino consigliato qui su Parola di Quattrocchi il romanzo originale di Charlotte Brontë come lettura di ispirazione per le ragazze di oggi. Insomma ho investito gli autori (la sceneggiatrice Aline McKenna e l’illustratore Ramon Perez) di una bella responsabilità! Ma da professionisti quali sono, se la sono cavata alla grande e devo dire che la graphic novel Jane edita da Bao Publishing non mi ha deluso.

Premetto che questo articolo è a prova di spoiler sia per chi non ha letto la graphic novel che per chi non ha letto il romanzo originale!

Jane: una di noi

Jane Aline McKenna Ramon Perez

Una delle cose che ho amato è che la protagonista, Jane, ci somiglia. Come ognuna di noi lettrici ha sogni nel cassetto e speranze, è indecisa, si arrabbia, ha una cotta. La Jane Eyre del romanzo di Charlotte Brontë ha un intramontabile fascino letterario d’altri tempi, la Jane di Aline McKenna è una ragazza di oggi.

Ho apprezzato la centralità del disegno, che non è soltanto un talento ma lo scopo principale della protagonista che intraprende la scuola d’arte. C’è qualche cliché sparso qua e là (un coinquilino gay con l’occhio per la moda, una compagna di scuola dark, Jane un po’ scombinata che non si sa vestire), ma niente di eccessivo, come nei film con Anne Hathaway. Non è un caso, dato che Aline McKenna è la sceneggiatrice di Il Diavolo veste Prada e l’atmosfera del fumetto è quella.

Pro e contro dell’adattamento

Il contesto contemporaneo ha dato all’autrice una certa libertà di manovra, che le ha permesso di esplorare alcuni personaggi, tralasciarne altri e inserirne dei nuovi. Richard Mason, ad esempio, è presente per gran parte della narrazione e non soltanto al momento del colpo di scena. Originale la scelta di dedicare poco o niente spazio all’infanzia di Jane, che ha una funzione narrativa fondamentale per lo sviluppo del personaggio della Brontë, ma diventa datato e inadatto all’epoca contemporanea. Piuttosto che subire abusi continui, la Jane di Aline McKenna viene semplicemente ignorata dalla famiglia adottiva e se ne va per inseguire i suoi sogni in silenzio, come ha vissuto fino ad allora.

Mr. Rochester sembra un po’ Batman, con il suo fascino da ombroso miliardario. È difficile abbandonare lo scontroso nobile ottocentesco della Brontë per accogliere un magnate d’industria tutto d’un pezzo, dall’aria severa, eppure penso anch’io che così sarebbe l’equivalente dei giorni nostri. L’unico punto dolente, forse, è proprio il climax prima della conclusione che, secondo me, parte da un presupposto un po’ debole e troppo “surreale” per la verosimiglianza di tutto il resto della vicenda.

In conclusione, penso che Jane sia un bel tributo, l’inizio perfetto per chi vuole avvicinarsi all’originale ottocentesco con cautela. Presenta le tematiche principali in modo fresco e audace, con un linguaggio accessibile e interessante. Voto: tre Quattrocchini su cinque e due faccine felici 🤓🤓🤓😊😊 .

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