“Hygge” di Louisa Thomsen Brits: riflessioni sul metodo danese

Tempo di lettura 6 minuti

Era da un po’ che volevo leggere dello hygge, soprattutto perché a livello di design sono stata bombardata di foto su ogni piattaforma a disposizione.
Così ho approfittato ancora una volta dei prestiti su Media Library e in un paio di giorni ho letto HYGGE. Il metodo danese dei piaceri quotidiani di Louisa Thomsen Brits.

Non so se è stata una gran mossa quella di affrontare questa lettura durante la quarantena. Si è trattato di un tentativo: ho pensato che essendo un libro focalizzato sui piaceri quotidiani, magari poteva darmi qualche spunto interessante per affrontare al meglio una situazione di isolamento.

In realtà si è rivelato un testo poco convincente da quel punto di vista, ma ottimo punto di partenza per una serie di riflessioni.

Hygge: cos’è?

Il libro parte proprio da qui: dal definire lo hygge.
L’autrice lo descrive come “l’arte del sentirsi a casa ovunque voi siate”, la tradizione che avrebbe “reso i danesi il popolo più felice del mondo, perché hanno capito come rendere speciale ogni luogo e ogni momento”.

Un inizio impegnativo, pieno di grandi promesse, non trovi?
Soprattutto per un libro di appena 87 pagine, durante le quali L.T. Brits spiega come concentrandosi sull’atmosfera e i materiali si possa rendere ogni luogo sicuro, confortevole.

Per descrivere al meglio la sensazione che comporta lo hygge, l’autrice ha diviso il libro in sei capitoli (Appartenenza, Protezione, Comfort, Benessere, Semplicità, Usanza) tramite i quali ci porta a vedere le diverse sfumature di questa sensazione positiva che può essere prodotta da lenzuola fresche e pulite, una sciarpa resa morbida dall’usura, una candela sulla tavola, bere il caffè dalla tazza preferita e così via.

I punti su cui il libro si concentra di più sono l’identità – delle persone, espressa anche attraverso gli oggetti –, l’attenzione ai dettagli, la ricerca di protezione e la consapevolezza con cui ci si approccia allo hygge.
Questi aspetti uniti allo stile descrittivo insistente, narrato come se stessimo ascoltando una favola, hanno reso questa lettura tutt’altro che rilassante.
Mi ha portata, però, ad alcune riflessioni su questo metodo e di conseguenza sulla cultura danese.

In cerca di protezione, conforto e quotidianità

Arredare casa con un divano ad angolo, così da avere uno spazio in cui rifugiarsi.
Avere un letto grande in cui ospitare tutta la famiglia il sabato mattina, fare colazione con la tazza preferita, fermarsi per un bicchiere di vino al locale che amiamo.

Questi sono solo alcuni esempi di hyggelig – ossia azioni che provocano hygge – da ricercare nel quotidiano.
Gesti da ripetere nei giorni che si susseguono con consapevolezza, per ricavare un momento di piacere.

Nonostante sia solo uno il capitolo dedicato al concetto di protezione, l’intero libro ne è imbibito.
A tal punto da avermi dato un senso di claustrofobia.

Per quanto lo hygge si possa provare anche fuori dalle mura domestiche, la casa ne è il fulcro principale.
Aspetto che capisco a pieno e che una parte di me condivide: avere un appartamento che ti faccia sentire bene, ti conforti quando serve e ti dia un senso di protezione.
Una sensazione che dal mio punto di vista non è però ricercata con la stessa consapevolezza descritta da L.T. Brits.

In Hygge i concetti di protezione e conforto va oltre gli oggetti capaci di contenere – tazze, vasi – e contenerci – letto, divani, poltrone – e arriva a inglobare le abitudini.
Il quotidiano diventa quindi uno spazio in cui potersi sentire sereni, e tutto ciò che differisce sembra caotico e quindi non piacevole, non hygge.

Rilassati, assapora il momento

RELAX!

Non mancano gli esempi in cui riesco a riconoscermi, come rispettare il vicinato non facendo rumore o il prendere del tempo per se stessi.
Si tratta di elementi che possono portare a momenti di piacere, alcuni più di altri. Il problema, per me, è nel concetto di hygge descritto nel complesso.

L’autrice racconta dell’importanza del saper vivere il momento, di mettere da parte le distrazioni e sapersi concedere quel piacere.
Eppure l’accento non è sul momento in sé, non é posto sul prendere il caffè, ma sull’oggetto con cui lo si fa: la tazza preferita.
Così come la ricerca consapevole di questi attimi finisce, dal mio punto di vista, per farmi ripensare a Rilassati.

Hai mai giocato a Rilassati?
Io credevo di no finché non ho visto uno spettacolo di Katherine Ryan, comica che ha fatto un paio di speciali su Netflix.
Per giocare serve davvero poco: individua qualcuno che sta leggendo un libro o guardando il tramonto e poi, guardandolo intensamente, digli “Rilassati”.
Nel momento in cui quella persona ti risponderà “Ma io sono rilassat*”, allora state giocando a Rilassati.

Il gioco finisce quando a forza di dire “Rilassati” l’altra persona va in crisi e le viene fatto notare che è decisamente nervosa.

Ecco.
L.T. Brits ha giocato a Rilassati con me.
Ero lì, che sfogliavo il suo libro, e improvvisamente mi ha detto che dovevo rilassarmi, mettermi lì ad assaporare il momento e controllare di fare un sacco di cose per poter sentire lo hygge.

Hygge mi ha fatto riflettere

Già a metà libro mi ronzava in testa la famosa frase dell’Amleto di Shakespeare: “C’è del marcio in Danimarca”.
Un’affermazione non da poco e se c’è una cosa bella della pop culture è che può farci riflettere.

Da dove salta fuori questa affermazione?
E se oggi diventasse più che altro una domanda?

La stessa L.T. Brits racconta alcuni aspetti della storia danese: un regno che all’improvviso si è visto ridurre drasticamente i terreni. Tanto da rivolgere la propria attenzione all’intimità e alla crescita interiore del singolo.
Oggi la Danimarca viene dipinta come il paese più felice al mondo, proprio per il saper affrontare il quotidiano tramite lo hygge.
A livello politico la Danimarca vanta uguaglianza sociale e di genere, tutti aspetti che rendono questo paese un’oasi.

Ma, allora, perché lo hygge parla tanto di protezione e ripetitività da cercare con consapevolezza?
Da cosa è provocato questo costante bisogno di smorzare i toni, calmarsi, mettersi in casa e trovare spazi contenitivi?
Insomma, c’è o no del marcio in Danimarca?

Leggere questo libro mi ha fatto pensare a un’altra cultura che parla del sapere apprezzare il momento per poterne trarre beneficio: quella giapponese.

Mono no aware e wabi sabi direttamente dal Giappone

Il concetto estetico mono no aware, nato nel periodo Heian (VIII-XII secolo), racchiude un’insieme di sensazioni, dal turbamento alle forti emozioni, fino alla malinconia.
La sua nascita si rifà alle esclamazioni di sorpresa provate davanti ai fenomeni naturali di carattere effimero.
Questa sensazione di stupore ha finito per essere associata alla malinconia anche grazie alla forma scritta, dal momento che il kanji utilizzato per la parola aware era quello di “tristezza”.

A questo concetto si può affiancare quello di wabi sabi, legato all’accettazione della transitorietà delle cose.
Due aspetti che vogliono portare le persone ad apprezzare le cose proprio perché momentanee.

Lo so, sembra che abbia fatto il passo più lungo della gamba, quindi meglio che mi spieghi.

Nella cultura giapponese, grazie allo svilupparsi delle filosofia zen, si è arrivati a promuovere una vita minimalista.
“Meno è più”, ossia liberarsi di oggetti superflui, così come cercare il benessere e la bellezza in ciò che non dura e nell’imperfezione.

Nonostante si tratti di una filosofia di vita, anche in questo caso l’approccio deve essere consapevole.
E per quanto la natura non agisca sotto nostra richiesta, non manca una parte di metodo: anche se a chilometri di distanza, ci troviamo davanti al desiderio di benessere ricercato e direi auto-imposto.

Pur trovandolo, per la mia persona, un aspetto più sereno da abbracciare, devo riconoscere che la cultura giapponese nasconde qualcosa di marcio.
Oltre allo hanami – il godere della bellezza della fioritura dei ciliegi – e all’avanzamento tecnologico che porta perfino a interrogarsi se gli androidi abbiano un’anima, in Giappone è ancora in vigore la pena di morte, la donna vive una situazione di forte svantaggio e la pressione sociale sui singoli individui è davvero forte.

In più, anche il Giappone ha avuto un momento in cui ha deciso di dedicarsi alla crescita interiore del suo popolo: per tutto il periodo Edo (XVII-XIX) i contatti con il mondo esterno erano quasi nulli. Si è trattato di un isolamento che ha portato a una crescita artistica e filosofica non da poco, e questo mi ha fatto pensare che per la Danimarca non deve essere stato tanto diverso.

Online si trovano articoli che vogliono sfatare il mito dell’oasi, e l’aspetto più ricorrente riguarda il problema sociale legato all’alcol.
Sembra che come la Finlandia, l’uso di alcolici sia molto diffuso anche tra i più giovani.
Di questo però so troppo poco per potermi esprimere, quindi continuerò nella mia ricerca. E nel caso tu voglia contribuire, te ne sarei davvero grata 🙏


E dopo tanto riflettere è arrivato il momento delle conclusioni.

Nonostante mi abbia fatto riflettere, è un libro che non mi è piaciuto molto.
Il tono narrativo è molto ripetitivo e quasi ovattato, come se l’autrice avesse messo tutto sotto un velo, per proteggere queste magiche sensazioni.
Questo suo modo di scrivere e descrivere lo hygge penso sia dovuto alle sue origini inglesi. Non è da sottovalutare l’origine culturale di chi scrive, dal momento che la società in cui viviamo condiziona il nostro modo di pensare.

La cultura inglese, per quanto sia cambiata nei secoli, dà ancora molta importanza al rango delle persone, cosa che in Danimarca viene messa da parte.
E si capisce come le estati in Danimarca rappresentino per l’autrice un momento hygge che porta dentro, solo che attraverso la sua scrittura più che l’emozione mi è arrivato un senso di dovere.
Non escludo che l’attuale situazione di obbligo in casa abbia contribuito a formare sensazioni negative, quindi non appena me la sentirò cercherò un altro testo dedicato al metodo danese.
In questi casi, confrontare i punti di vista è l’unica soluzione per farmi un’idea completa sulla faccenda.

Voto: 🤓🤓😶😶😶
Pagine: 87
Edito da Sperling & Kupfer
Disponibile anche in formato e-book

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