Bullismo e molestie, il mio punto di vista

Bullismo e molestie, il mio punto di vista

Tempo di lettura 4 minuti

Ciao Quattrocchi, questo non è un ci penso io.
Più che altro è un parliamone a quattrocchi, dove io ti lascio la mia esperienza e tu magari potresti lasciarmi la tua.
Non è uno scambio come quello delle figurine, perché alla fine entrambi ci ritroveremo con qualcosa in più. Senza aver rinunciato a niente.
Oggi, infatti, voglio condividere con te il mio punto di vista su bullismo e molestie.
Ti racconterò due eventi della mia vita, perché è importante dare un nome e un colore alle proprie emozioni.

Non ho scelto questa giornata per caso, ma perché è il Pink Day.
Giorno in cui si combatte il bullismo in tutte le sue forme indossando un indumento rosa. Di solito una maglietta.
Perché il rosa?
Penso sia perché il rosa è sempre stato definito il colore del sesso femminile, il sesso riconosciuto come debole. Colore associato agli omosessuali come forma di scherno, e che io stessa ho rifiutato per tantissimo tempo. Perché mi faceva sentire etichettata.

Vestirsi di rosa per il Pink Day è un gesto di rivalsa, e spero davvero ti vestirai di rosa anche tu oggi.
Ma vediamo di procedere.

Bullismo in classe: ma che ti ho fatto?

ABC Bullismo in classe

Non ho mai subito bullismo fisico.
Lo dico subito, perché mi è capitato di sentirmi chiedere “ma ti hanno mai fatto qualcosa di fisico?” e al mio no, l’interlocutore ha tirato un sospiro di sollievo. Per poi dirmi che allora era tutto superabile, qualcosa che passa in poco tempo.
A dirlo subito, forse riuscirà a passare che il bullismo fa male.
Anche se non mi picchi.

Il bullismo che ho subito l’hanno subito altri compagni di classe.
Forse pure tu.
Era sottile, semplice e venale.
Io giocavo a tennis, e fin lì tutto bene, e andavo a equitazione.
La nota dolente.

L’equitazione aveva fatto scattare una molla nei miei compagni, e ogni volta che toccava a me leggere in classe, sentivo qualcuno farmi il verso del cavallo.
In quel periodo, poi, passava in televisione quella pubblicità. Con un cavallo che rubava le caramelle, e una ragazza lo ammoniva con un simpatico “cavallo goloso”.
Quindi immagina se mi portavo una caramella a scuola.

Spesso mi chiedevo cosa potessi avere mai fatto per essere presa di mira in quel modo.
Semplicemente facevo cose. Come tutti, solo che le mie cose non erano ritenute consone, o condivise.
Pallavolo sì, equitazione no.
L’ago della bilancia sociale è sempre stato freddo e insensibile.

Ah! E ho i denti un po’ grandi, abbastanza grandi.
Sono sempre andata fiera dei miei denti. Non ho mai avuto bisogno di apparecchio, operazioni e visite particolari.
Ma avere i denti grandi mi ha portata più volte a essere paragonata al castoro.

Ti dirò, a darmi fastidio non erano la pubblicità delle caramelle o il castoro. E a dire tutta la verità nemmeno mi vergognavo di fare uno sport diverso dagli altri o di avere i denti grandi.
A ferirmi era che la mia persona, le mie scelte, le mie passioni, venissero sminuite, screditate.
Reagire (perché reagivo), difendermi, non mi bastava nemmeno.
Era stressante alzarsi ogni mattina e sapere che non andavo bene.

Non che volessi piacere a tutti, ma a me quando qualcuno stava antipatico semplicemente gli stavo alla larga.

#quellavoltache: molestie sull’autobus

#quellavoltache

Quella volta che sull’autobus un ragazzo più grande si è seduto accanto a me, e ha iniziato a parlarmi.

Non che ci sia qualcosa di male nel fare due chiacchiere. Mi piace parlare, scambiare opinioni, ridere e scherzare. Quella conversazione, però, era a senso unico e sinceramente non era affatto divertente.

Ero alle superiori. Il tragitto in autobus era bello lungo, quasi un’ora. Ma era bello farlo in compagnia delle amiche, incontrare chi non vedevi da un po’, ma anche da sola a fissare fuori dal finestrino e intanto scrivere storie mentali.

Questo ragazzo si siede.
Accenno un sorriso e sposto la cartella, così che possa starci coi piedi.
Anche qui, te lo dico subito: spesso mi capita di voler dire cose come “siediti pure” o “grazie per avermi fatta passare”, ma l’azione è così veloce che tutto si ferma al sorriso.
Sorrido sempre alle persone, è il mio primo gesto di cortesia.
E poi mi piace sorridere.

Questo non significa che ti puoi prendere certe libertà.
Il ragazzo in questione ha iniziato a dirmi che avevo un bel sorriso.
L’ho ringraziato.
Mi ha chiesto se gli sorridevo un’altra volta, e l’ho guardato un po’ stranita.
Mi ha detto che avevo una bella bocca, che sicuramente baciavo bene.
E ha allungato la mano, per metterla sul mio ginocchio.
Mi sono ritratta.

Non mi piaceva affatto la piega che aveva preso quella situazione.
Lui è andato avanti a dirmi altre cose del genere, a bassa voce.
Sorridendo, guardandosi intorno di tanto in tanto.
Se prima guardavo fuori dal finestrino per raccontarmi storie, ora guardavo nella speranza di vedere qualcuno alla fermata.
L’idea era quella di scendere lontana da dove abitavo, per non mostrargli dove si trovava casa mia.
E se te lo stai chiedendo, la risposta è no: non gli ho detto smettila.

Mi sono spinta contro il finestrino e ho accavallato le gambe.
Ero profondamente a disagio, un po’ impaurita.
Avevo quindici anni, mi sono sentita avvampare dall’imbarazzo di trovarmi lì.

Sono scesa davanti alle scuole elementari del paese prima del mio.
Era l’orario giusto: c’erano un sacco di persone, tra genitori nonni e bambini.
Lui è rimasto sull’autobus, ma prima che scendessi mi ha urlato “ci vediamo domani”.

Io il giorno dopo non l’ho visto, ma per qualche tempo ho continuato a guardarmi intorno.

 

Di storie come le mie, che sembrano raccontare solo piccolezze, ce ne sono tante.
In realtà queste storie parlano di emozioni, e anche tu lo sai come piombano tra petto e stomaco.
La verità è che spesso si preferisce giudicare un’emozione, invece di ascoltarla.
Quindi ti ringrazio di avermi letta, di aver ascoltato il mio punto di vista.
Dare un nome e un colore alle emozioni aiuta a capire e a capirci.

0 commenti

    1. Ciao Caroljuliette, mi dispiace che tu abbia vissuto un così brutto periodo. E soprattutto che tu lo stia vivendo ancora. Capisco che ricordare possa farti tanto male, perché rivivi l’impotenza di quelle giornate. Però sbagliata non lo eri e non lo sei, parola di quattrocchi! 😉

Qual è il tuo punto di vista?