Saga “L’attraversaspecchi”: i 3 aspetti che mi hanno ancorata alle pagine

Tempo di lettura 5 minuti

Ehilà, Quattrocchi!
In soli due mesi ho letto la saga L’attraversaspecchi, o almeno i tre volumi usciti finora, e sono in attesa della sua conclusione che arriverà a luglio.

Questa è una fortuna sfacciata: ero interessata alla saga già da qualche tempo (la prima edizione italiana è del 2018), poi tra la scarsa voglia di leggere e il dare precedenza ad altri libri mi sono decisa solo a maggio, e il bello è che non dovrò attendere molto per gustarmi il finale.
In realtà, non appena ho girato l’ultima pagina del terzo volume, La memoria di Babel, ho iniziato a sentire una forte malinconia. Mi mancano i personaggi, un vuoto che solo una saga è in grado di creare.
Se lo avessi letto a quindici anni sarei rimasta a fissare la parete in attesa dell’ultima uscita, ma dal momento che l’adolescenza ha già fatto il suo corso ho pensato fosse meglio parlarne 😝
E nel caso potrei sempre buttarmi sulle fanfiction

Per evitare spoiler e al contempo invogliarti a leggere i romanzi di Christelle Dabos, ho pensato di mostrarti i 3 aspetti che mi hanno ancorata alle pagine.

1. La creazione di un mondo complesso e ben strutturato

Immagini di Miss-Pannacotta

Una delle difficoltà maggiori di quando si crea una saga penso sia proprio la creazione del mondo in cui la si vuole ambientare.
Se l’ambiente in cui i personaggi si muovono risulta poco credibile, parte dell’immedesimazione fallisce.

La saga L’attraversaspecchi è ambientata in un epoca sospesa tra il passato e il futuro. Christelle Dabos ha sfruttato lo stile steampunk, presente nella narrativa fantasy e soprattutto in quella fantascientifica, in cui troviamo una tecnologia anacronistica rispetto al periodo storico.
In questa saga, infatti, ci troviamo al tempo della Belle Époque (dall’ultimo ventennio dell’Ottocento fino alla Prima Guerra mondiale), dove poteri e tecnologia si fondono.
A seguito dell’evento chiamato Lacerazione, che ha comportato la fine del vecchio mondo, si sono formati territori sospesi nell’universo e chiamati Arche.
Ogni Arca è popolata da persone con poteri particolari, determinati dallo spirito di famiglia che governa quei luoghi.
Alla popolazione con i poteri si mischiano anche i senza-poteri, semplici esseri umani che ricordano com’era il mondo prima.

La storia ha inizio su Anima, l’Arca in cui vive Ofelia insieme alla sua famiglia.
Oltre al potere familiare dell’animismo, ossia la capacità di animare gli oggetti e di leggerli con le mani, Ofelia è un’attraversaspecchi, dote che le permette di passare da un luogo a un altro sfruttando le superfici riflettenti.

Trovo che la capacità dell’autrice di avere strutturato così bene ogni Arca citata renda ancora più piacevole la lettura.
Per fare un paragone, tra l’altro presente nella quarta di copertina, la saga L’attraversaspecchi mi ha riportato ai tempi di Harry Potter.
Come J.K.Rowling, anche Christelle Dabos non ha lasciato nulla al caso, infatti i luoghi prendono forma perché ben studiati.
Anima potrà anche essere un luogo inventato, ma si percepisce uno studio spaziale e geografico tale da concretizzare l’ambiente.

L’Arca più complessa per il momento resta quella di Babel, che con il suo richiamo alla sfera biblica accoglie persone da tutte le Arche. Aspetto che all’apparenza propone una civiltà idilliaca, ma l’eccessivo controllo politico la trasforma in un luogo quasi alla 1984 (George Orwell) o ancora meglio Brave New World (Aldous Huxley), dove la differenza di classe dei singoli cittadini è segnata dall’abbigliamento.

2. Simbologia religiosa e citazioni culturali

Immagini di Elena Geppi

Gli elementi dominanti della narrativa fantasy sono l’allegoria, il simbolo e il surreale, che a loro volta hanno radici nel mito e che ritroviamo nelle epopee e saghe medievali. Quindi non potevano proprio mancare in questa tetralogia.

Christelle Dabos ha attinto a piene mani dalla simbologia religiosa di diverse culture, a partire da quella cristiano-cattolica.
Sin dall’inizio siamo consapevoli della presenza di un Dio e di un libro, sul quale Dio scriveva sia che fosse felice sia che fosse triste.
Questi aspetti, che fanno parte della nostra cultura europea, vanno a fondersi con quelle di altre popolazioni. Un esempio sono proprio gli spiriti di famiglia che mi ricordano molto i kami giapponesi.

I kami sono divinità che secondo i libri sacri sono arrivati sulla Terra dando inizio alla stirpe imperiale.
L’Imperatore, quindi, pur essendo mortale è un discendente diretto di esseri sovrumani che lo rendono a sua volta un essere da venerare e rispettare.
Lo stesso accade con gli spiriti di famiglia a capo della popolazione, che su Anima scopriamo essere tutta imparentata.

Ofelia, infatti, è circondata praticamente solo da cugini e la cosa è abbastanza sconvolgente se pensiamo che avrebbe dovuto sposarsi con uno di loro.
Non le va certo meglio quando viene a scoprire che è stata promessa in sposa a Thorn, intendente dell’Arca conosciuta come Polo.

Il bello di entrambe queste Arche è che, ognuna a modo loro, mi riporta alla cultura giapponese.
Se su Anima viene rivisitato il concetto di animismo tipico dello Shintō, sul Polo troviamo husky e altri animali giganti, paragonabili agli Araburu Kamigami di Hayao Miyazaki.
Interessante tra l’altro il doppio significato di araburu, che da solo significa “fiero, selvaggio indisciplinato” e se associato a kami (divinità) diventa “malevolo”. Doppio significato valido per le opere di Miyazaki, come Principessa Mononoke, dove gli animali sono sia simbolo di fierezza e libertà sia esseri demoniaci, tanto quanto nella saga L’Attraversaspecchi, dove sul Polo troviamo queste creature gigantesche sia allo stato brado sia come animali addestrati a guardie del corpo.

3. Una trama sempre più fitta e la crescita dei personaggi

Immagine di Christelle Abgrall

I romanzi sono legati tra loro da una trama che si infittisce nel corso dei capitoli.
L’escamotage di un matrimonio politico tra Ofelia e Thorn apre le porte a una storia dai toni thriller.

Anche in questo caso trovo una similitudine con la storia di Harry Potter: solo alla fine l’autrice ha reso visibile la ricerca degli Horcrux, cosa che mi ha fatto apprezzare ancora di più la saga nel complesso, data la difficoltà di portare avanti un vero e proprio giallo in stile fantasy.

Christelle Dabos ci offre indizi sin dalle prime pagine, che seguiamo attraverso le scelte di Ofelia.
A rendere la ricerca della verità ancora più entusiasmante è proprio la crescita dei personaggi, soprattutto dei due “fidanzanti dell’inverno”.

Tra i co-protagonisti ho apprezzato molto la costruzione dell’ambasciatore del Polo, Archibald, che mi ricorda il primo Don Juan, el burlador de Sivilla, dell’opera di Tirso de Molina del 1616.
Qui non ci troviamo davanti al banale rubacuori o donnaiolo, si tratta di un personaggio che trova soddisfazione nel creare situazioni di imbarazzo e ambigue, mettendo in difficoltà non tanto la donna quanto la figura maschile, padre o marito che sia.

Va precisata una cosa: ci sono anche delle imperfezioni.
Il personaggio che più mi ha lasciata in dubbio è il Cavaliere, un bambino che riveste il ruolo di antagonista, arrivando a essere un cattivo perché incapace di comprendere che avere buone intenzioni non basta.
Dal mio punto di vista, proprio per il tipo di personaggio, avrebbe dovuto avere una presenza migliore, invece l’ho trovato un personaggio riempi-buchi. Ai fini della storia in sé, le sue scene avrebbe potuto farle qualsiasi altro personaggio antagonista o cattivo citato.

Ho anche incontrato pagine in cui la descrizione mi sembrava confusa, e i passaggi da un ragionamento all’altro non erano sempre limpidi.
Cose che, per fortuna, nel complesso spariscono, grazie all’ottima narrazione e a personaggi veritieri.
È stato davvero piacevole leggere dei loro pregi e difetti, una storia che per la prima volta mi ha regalato una coppia da adorare. Fino a oggi ammetto che non avevo una coppia amorosa preferita, mentre adesso ho quella e una cotta paurosa per Thorn.

Insomma, un romanzo che mi ha dato modo di riflettere e al contempo tornare alla parte migliore della mia adolescenza.

Voto complessivo: 🤓🤓🤓🤓😱 (mi tengo aperte le porte all’ultimo volume)
Libri: 3 usciti, quarto e ultimo in arrivo a luglio 2020 insieme al Dietro le quinte
Pagine: Libro 1 – pp. 512, Libri 2 – pp. 576, Libro 3 – pp. 496, Libro 4 – pp. 576 + Dietro le quinte, pp. 64
Edito da Edizioni E/O
Disponibili anche in ebook

2+

Qual è il tuo punto di vista?